La recensione
"è perchè non voglio essere ingannato che sono accogliente, fedele solo all'occhio incerto di questo nostro tempo frantumato, perplesso di questa cultura figurativa caparbiamente ma inutilmente abbarbicata nelle antiche strategie politiche di un'arte novecentesca, un'arte che si è attaccata alla parola per essere sostenuta come un cartello."

Ricercare senza sosta la pittura significa farsi più piccoli del più piccolo pigmento che colora, del più piccolo spazio che accoglie che riceve per esistere. ENTRIAMO!
Stefania Rossignoli Montefameglio è una fabbricatrice di paesaggi inventati, luoghi vissuti intensamente dall'anima, invisibili senza sforzo e perciò non adatti a sguardi fuggenti.
Ciò che ci deve catturare in questa pittura è la totale assenza di ammiccamenti, un "ingresso austero" è d'obbligo, si tratta di dipinti che si presentano carichi di carisma e per questo richiedono una rispettosa liturgia, una corretta postura del nostro guardare, rinnegandosi, se sarà il caso, per accogliere, nel modo che si è detto, senza il quale non si vede l'energia che "travasa dai polsi" ora come acqua che nutre, ora come sangue, mercurio e piombo in fusione. Alchemica?

E'  la  tecnica usata dall'artista che mi suggerisce questa   lettura,  una  pittura  che  non si stende  a pennello, ma si depone sulla tela  come  un  rivolo dì elementi liberati da una cannula, esposti all'aria che coagula,
rassegnandosi   infine   in     forma ramificata   di  alberello  nudo,   invernale  o   fiore
rastremato esposto ai  bagliori  limpidi  dei  colori che mai sono ostentati, ma istoriati, che raccontano cioè storie intime, profonde come l'incisione in una giada.

E allora di profondità si tratta e visto che l'artista è un'esordiente, ciò che mi attrae e un poco mi disorienta, è dover cogliere questo dato {che peraltro richiede l'ulteriore sforzo di allontanarsi dall'ambiente ironico e ludico dell'arte di questi anni: Cattelan, Picco, Samorè, ecc.) e riflettere, fuori dalle mode correnti, libero di entrare anche nelle porte strette di una pittura personale, soggettiva, che racconta di se senza celare i mezzi che la costituiscono, che si espone come un diario di sentimenti sottili,
rappresentazioni di valori poetici condivisi. Emozioni?
Le opere sono i centri di una relazione tra i nostri pensieri e la materia, speciale poiché trasformata e trasfigurata per noi che la guardiamo senza anteporci, anzi, svuotandoci un po' di noi stessi per dare spazio alla sensibilità degli altri, in questo caso una sensibilità femminile di cui ora c'è per fortuna attenzione, come se la critica contemporanea si sia improvvisamente accorta della "politica dell'estetica femminile" in cui è inevitabile immergersi rischiando di essere catturati da una fattualità  domestica, una trama e un ordito in cui riconoscersi per affinità elettive.

Giovanni Pintori aprile 2002